Spiritual di uno sportivo

Negli anni in cui correva fra gli juniores e poi fra i dilettanti, Peppe Nocciolini era considerato da amici e compagni di allenamento come il più grande bestemmiatore di tutti i tempi. Le sue bestemmie erano originali, ma non forzate: fluivano facili e scorrevoli, come se fossero sempre esistite. Era capace, quando scalava il Monte Amiata, di smoccolare ad ogni pedalata, fino in cima, senza mai ripetersi.Poi riuscì a passare professionista e allora dovette darsi una regolata. Gli sponsor, si sa, hanno le loro esigenze: un atleta deve piacere a tutti, o, almeno, non dispiacere a nessuno.Ormai Peppe si allenava in silenzio, perché nei paraggi c’era sempre qualche paparazzo di provincia e, comunque, compagni di squadra e tifosi non si fanno mai i cazzi loro. Dopo un paio d’anni di gavetta, però, Nocciolini divenne celebre per un altro motivo. Tutti, infatti, cominciarono a considerarlo il degno erede di Cipollini. Intendiamoci, lui non era un gran velocista; anzi, in volata era praticamente fermo. Però, era considerato un gran trombatore. Tutto era nato in occasione della sua prima vittoria fra i professionisti, una tappa della settimana Coppi e Bartali. (Il suo compagno di fuga, un gregario del capoclassifica, lo lasciò vincere, perché il giorno prima, su ordine della sua ammiraglia, lui aveva contribuito a controllare la corsa senza sapere perché. Il direttore sportivo, comunque, lo sapeva benissimo). Sul podio la miss, un’aspirante velina diciottenne, ancora ferma al secondo anno della scuola alberghiera, quasi lo violentò. Infatti, la ragazza aveva confuso il suo cognome, Nocciolini, con Del Noce, ed era fermamente convinta che Peppe fosse parente del direttore di Rai1. Se poi vogliamo raccontare cosa successe quando la miss andò a trovare Peppe nel pullman della sua squadra, possiamo tranquillamente togliere il quasi. Poi venne il turno dell’altra miss, che aveva sempre avuto un complesso di inferiorità verso l’amica ed era stufa di passare per quella meno scafata.Il giorno dopo fece visita alla corsa la “dama stanca”, cioè la moglie del co-sponsor della squadra di Nocciolini. Questa signora sulla quarantina era celebre perché aspettava i corridori sul traguardo, ne accalappiava uno e, prima di portarselo a letto, lo costringeva ad ascoltare per ore le lamentele sulla noia del suo matrimonio. Il marito, infatti, era sempre in giro per l’Europa, in Romania (dove aveva impiantato una fiorente fabbrica di preservativi), o in Polonia (dove aveva un non meno redditizio commercio di arredi sacri). I compagni di squadra di Peppe, conoscendo le abitudini della signora, evitarono di fermarsi sul traguardo e pedalarono di buona lena fino all’albergo. Lui, però, non era al corrente della situazione e il caso volle che si fermasse sbuffando e ansimando proprio a due metri dalle grinfie della donna.Dopo questa folgorante tripletta, per Peppe divenne tutto facile. Miss, giornaliste e mogli dei colleghi inseguivano il nuovo Cipollini per i corridoi degli alberghi e perfino dentro il pulmino dell’antidoping.Lui assaporava intensamente questi momenti di gloria, ma la sua passione segreta rimaneva la bestemmia. Gli capitava spesso, infatti, di ripensare con nostalgia a quando smadonnava libero e giocondo, pedalando sulle strade della sua Toscana. Ora si poteva sfogare solo nei giorni di pioggia, quando restava chiuso nel garage a pedalare sui rulli, lontano da orecchie indiscrete.Col doping Peppe aveva un rapporto piuttosto complicato. Il direttore e il medico della squadra gli avevano detto di arrangiarsi da solo, ma lui era terrorizzato dalle siringhe e sveniva alla vista del sangue. Così, per lunghi periodi, si limitava a sniffare il sulbutamolo come un vero asmatico. Questo abuso finì per inaridirgli le narici, tanto che i compagni cominciarono a chiamarlo Avvocato e gli consigliarono di portare il cardiofrenquenzimetro sul polsino.Fu Dorotha, una cubista polacca conosciuta dopo l’arrivo del Giro di Romagna, ad imprimere una svolta alla carriera sportiva di Peppe Nocciolini. In un momento di intimità, la ragazza raccontò al ciclista che un suo lontano parente, negli anni ’70, aveva vinto tre campionati nazionali e un titolo europeo di mezza maratona, dopandosi col vino benedetto da un prete. Ossigenava il sangue meglio dell’epo e non lasciava tracce, se non nel palloncino della stradale. La sua carriera, però, era stata breve, perché il regime aveva occhi e orecchie dappertutto. Non che sorvegliasse i dopati, figuriamoci! Sorvegliava strettamente, però, chi frequentava le chiese…Di fronte a questo racconto, Peppe rise di gusto e scandalizzò l’ingenua fanciulla con il meglio del suo repertorio di bestemmiatore. I risultati, però, stentavano ad arrivare e il racconto della cubista continuava a fermentare nell’inconscio del ciclista. Una mattina che si stava allenando in loc. La Sgrilla, Peppe fu raggiunto e superato da un gruppo di affiliati al Pedale Mancianese, i quali, tutti presi dalle loro sfide fratricide, lo lasciarono sul posto senza rallentare non dico per chiedergli un autografo, ma nemmeno per salutarlo. L’episodio provocò nel ciclista una profonda crisi esistenziale. Dopo tre giorni di clausura, senza sapere bene cosa stesse facendo, Peppe si presentò al parroco e chiese di parlargli nel segreto della confessione. Gli raccontò del maratoneta polacco e chiese di provare anche lui il vino benedetto. Don Paolino gli rise in faccia attraverso la grata del confessionale e uscì fuori sghignazzando e affermando che Peppe aveva già bevuto abbastanza. Allora il bestemmiatore fece una cosa di cui nessuno lo avrebbe mai creduto capace. S’inginocchiò ai piedi del curato e lo implorò di benedire il suo vino. Allora il ministro di dio ebbe un’improvvisa illuminazione: “Figliolo – disse con voce colma di tenerezza paterna – io proverò ad aiutarti, ma tu devi dimostrare la tua buona volontà. Vedi queste quattro mura? Ti sembrano degna della casa del signore? Per la ristrutturazione servono molti soldi e io sono solo un povero curato di campagna…”Peppe mise subito mano al blocchetto degli assegni e versò alla parrocchia una somma equivalente alla parcella del dottor Ferrari. In realtà le spese di ristrutturazione della chiesa erano già coperte al 110% (70 il comune e 40 le banche), ma lui non lo sapeva e, in ogni caso, l’alta finanza non era mai stata il suo forte.La cerimonia avvenne nella cantina dell’ex bestemmiatore. Il prete era vestito con tutti i paramenti sacri e Peppe lo assisteva in qualità di chierichetto. Trattenendo a stento una risata, don Paolino benedì tre damigiane di Morellino e una quarta se la prese per sé, perché anche lui amava il vino, benedetto o no poco importa.Stavolta i risultati non si fecero attendere. All’inizio della stagione, benché a corto di preparazione, Nocciolini arrivava sempre con i primi con la massima facilità. E l’ematocrito non superava mai il 41%. Alla Tirreno – Adriatico, sulla salita di Rocca di Papa (un nome una garanzia) piantò in asso Bettini e Di Luca e in 40 chilometri di pianura non perse un secondo, benché l’inseguimento fosse tirato dai passisti olandesi che lavoravano per Freire. Sul traguardo sbalordì amici e conoscenti facendosi per tre volte il segno della croce prima di alzare le braccia al cielo. La scarsa abitudine a quel gesto (anzi, ad entrambi i gesti) gli fece fare il segno del cristiano al contrario, prima a sinistra e poi a destra, suscitando l’entusiasmo di tutti gli ortodossi presenti, a cominciare dalle “artiste” del night locale, che mollarono la compagnia di Oleg Tinkoff e Dimitri Konishev e corsero all’assalto della camera d’albergo del vincitore di tappa.Peppe avrebbe potuto vincere anche la classifica finale, se non fosse stato per quel malaugurato incidente del giorno prima, quando era finito in un burrone ed era rimasto intruppato nel gruppo dei ritardatari. Un incidente apparentemente inspiegabile, visto che il gruppo procedeva ad andatura turistica su una strada praticamente dritta, ma un litro di Morellino ingurgitato alle 11 di mattina, sebbene consacrato, qualche effetto collaterale doveva averlo per forza. La primavera per Nocciolini fu trionfale: primo nella tappa più dura dei Paesi Baschi, terzo alla Freccia Vallone (sul muro di Huy rimontò 75 posizioni: lo aveva iniziato in coda al gruppo a causa dell’ormai abituale tuffo in un burrone); primo al Gran Premio di Francoforte, addirittura in volata, contro Zabel; secondo, infine, nella classifica finale del Giro del Trentino. Intanto Peppe era diventato un’icona cattolica, il Bartali della Maremma: aveva modificato perfino gli orari di allenamento, per essere ogni domenica a fianco del reverendo a leggere qualche passo dei Vangeli. Memorabile per intensità ed espressività la sua lettura del miracolo delle nozze di Cana: quando arrivò alla trasformazione dell’acqua in vino la sua voce fu soffocata dalla commozione. Fu proprio durante il Giro del Trentino, però, che suonò il primo campanello d’allarme: quella notte la prescelta era l’interprete di una squadra francese, che aveva agganciato il ciclista col pretesto di farlo conoscere a tecnici e sponsor d’Oltralpe. Peppe ce la mise tutta come al solito, ma lo strumento non rispondeva, come le gambe in certe tappe di montagna. Lui cercò di spiegare l’inconveniente col fatto che era la prima volta che andava con una negra: la novità dell’esperienza, probabilmente, lo aveva deconcentrato…L’episodio si ripeté durante la seconda tappa del Giro, con miss Parmigiano, presente nella carovana non si sa bene a che titolo. Sarà il superallenamento, si disse Peppe senza troppa convinzione. Il giorno dopo scelse la preda con la massima cura: la fortunata fu la mamma di un suo compagno di squadra, una matrona soda e prosperosa che era diventata il sogno proibito di tutti i maschi presenti al Giro. Ma, per la terza volta, non ci fu niente da fare. A questo punto Peppe dovette trovare un pretesto: a tutte le donne che lo avvicinavano ripeteva che stava seguendo una nuova metodologia di allenamento e che il preparatore gli aveva vietato ogni rapporto sessuale per tutta la durata della corsa rosa.Nocciolini ormai non c’era più con la testa e finiva tutte le tappe in coda al gruppo, fresco come un gazzosino, ma incapace di spingere sui pedali. Quel Giro per lui si svolse interamente sotto il segno dell’anonimato e dell’astinenza.Tornato al paese per un periodo di riposo, Peppe si precipitò da don Paolino e gli chiese se anche a lui il vino consacrato faceva quell’effetto. Il prete rise ancora una volta in modo oltraggioso e disse che lui, grazie a dio, non aveva mai avuto quel genere di problemi. Se Peppe ne dubitava, chiedesse pure alla fornaia, stava per aggiungere, ma si trattenne. “Comunque - concluse il curato per dovere d’ufficio – se quel vino ha virtù prodigiose per le prestazioni agonistiche, a maggior ragione deve averne per quanto riguarda la condotta morale e spirituale. Pertanto è normale che dio, nella sua infinita saggezza, si serva della stessa bevanda anche per incoraggiare la castità e la virtù delle sue pecorelle. Ricordati il sesto comandamento…”Allora Peppe fece ciò che aveva sognato fin dall’adolescenza: mandò affanculo il reverendo e uscì dalla chiesa recitando le sue bestemmie preferite.Tornato alle corse col Trofeo Matteotti, il riconvertito cominciò a bestemmiare in mezzo al gruppo senza ritegno. In particolare, riservò le bestemmie doc per il momento in cui fu affiancato dalla moto della Rai. Peccato che la telecronaca venne trasmessa in differita e non riservò il minimo spazio alle imprese di Peppe Nocciolini: né alle sue riflessioni teologiche né, tanto meno, alla sua prestazione agonistica (ritiro a venti chilometri dal traguardo).Ormai Peppe si sentiva un apostolo del progresso e della laicità in perenne lotta contro le forze dell’oscurantismo. Bestemmiava in tutte le occasioni pubbliche possibili e immaginabili, dai raduni di partenza ai traguardi volanti. Aspettava con ansia il suo prossimo podio per potersi sfogare davanti a microfoni e telecamere, ma in quella seconda parte della stagione il suo miglior piazzamento fu un quindicesimo posto nella Coppa Agostani. Inoltre, le sue litanie a base di porco…e porca… cadevano nell’indifferenza generale, anche perché i ciclisti veneti non erano da meno di lui.Scrisse anche una richiesta di “sbattezzo” redatta con tutti i crismi, con la quale intimava a don Paolino di cancellarlo dai registri parrocchiali, poiché non si considerava appartenente “alla confessione religiosa denominata chiesa cattolica apostolica romana”. È ancora in attesa di un “cortese cenno di riscontro”.Naturalmente, Peppe non aveva più toccato una sola goccia di vino consacrato ed era tornato a doparsi “come dio comanda” (anche se lui non avrebbe apprezzato questa espressione). Oltre al sulbutamolo, cominciò a fare largo uso del gh esogeno, quello che estraggono dai cadaveri. Glielo forniva Dorotha, che nel frattempo aveva sposato un medico sportivo. Lei importava il prodotto in occasione dei suoi frequenti viaggi nell’Europa dell’Est, mentre il marito lo somministrava ai ciclisti in modo relativamente indolore, cioè per via intramuscolare. Anche Peppe, chiudendo gli occhi e stringendo le chiappe, riusciva bene o male a sopportare quelle iniezioni.Gli effetti dopanti del gh erano palesemente inferiori a quelli del vino benedetto, ma Peppe sperava che fossero anche meno devastanti per la libido.Effettivamente, in una piovosa serata fiamminga (Peppe aveva appena corso la Gand-Vevelgem ottenendo un dignitoso diciottesimo posto) ci fu il tanto agognato risveglio dei sensi, sebbene in circostanze alquanto impreviste. Durante la solita seduta di massaggi, infatti, Meco, il nerboruto e villoso massaggiatore della squadra, stava manipolando vigorosamente i polpacci e i quadricipiti di Nocciolini, quando quest’ultimo sentì un improvviso calore al basso ventre. La situazione divenne presto incontrollabile e il ciclista, per uscire dall’imbarazzo, dovette inventarsi un impellente bisogno corporale. Rimase chiuso nel cesso un tempo interminabile, come non gli capitava più dall’età di dodici anni. Quando, poi, uscì fuori, provava lo stesso senso di colpa di allora. Da quella primavera sono passati ormai più di due anni e Peppe Nocciolini ha trovato la sua dimensione come gregario di fiducia di un coriaceo scalatore spagnolo. Nel gruppo è molto apprezzato: tutti lo considerano un po’ bizzarro per quella sua mania di bestemmiare senza motivo apparente, ma lo ritengono anche uno dei luogotenenti più seri e affidabili. Lui, però, adesso nasconde un nuovo segreto: da due anni, infatti, brucia di una passione folle per Filippo Pozzato. Quando il gruppo procede tranquillo, lui fa di tutto per pedalare accanto al suo amato e poi si strugge e si arrovella perché non riesce mai a trovare un pretesto per rivolgergli la parola. Una volta, però, ha avuto il coraggio di passargli la borraccia. In quel momento irripetibile, Peppe ha chiuso gli occhi per un istante e ha immaginato che “Pippo” fosse Coppi e lui…la Dama Bianca.L’altra mattina, alla partenza della Classica di San Sebastiano, “Pippo” lo ha finalmente salutato per primo: “Ciao, Del Noce. Tutto a posto?”. Anche lui ha sbagliato il cognome, proprio come la miss. Purtroppo, però, non è andato oltre.

 

Inviata da Davide S.